Pensieri circolari

se i pensieri vanno dritti spesso sbagliano mira

14/11/08

Lotta di classe

Ma in uno stato in cui si riconosce l'abuso da parte dello stato stesso e allo stesso tempo non lo si persegue la situazione è peggiore che in uno stato in cui l'abuso viene nascosto (magari con vergogna o anche solo perché ritenuto inaccettabile).
L'arroganza del potere che dice alle persone "io faccio quello che voglio di voi" è una sfida bella e buona che se non trova una risposta diventa una conferma.
Ma la risposta dubito che ci sarà.
Dopo tanti anni abbiamo un governo che ha messo in atto la lotta di classe. Le classi alte sono partite all'attacco delle classi basse. Non avendo la forza dei numeri usano la forza del potere ed economica. Da centinaia di anni i ricchi hanno contrastato con un po' di vergogna l'attacco dei poveri che chiedevano giustizia. Adesso lo scenario si è ribaltato. Senza più alcun richiamo etico i ricchi e forti stanno cercando di ripristinare il loro dominio assoluto sui poveri e deboli.
E non trovando alcun tipo di risposta procedono nella direzione del soggiogamento più completo dei loro sudditi e a breve schiavi.
La nonviolenza potrebbe impedirglielo, ma per far questo servirebbe una coscienza che non c'è.

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16/05/08

Passare all'azione

Mi domando cosa ancora dovremo aspettare, noi persone che abbiamo a cuore i diritti e la giustizia, prima di passare all'azione.
E quando parlo di passare all'azione non mi riferisco all'azione politica o all'azione culturale, ma mi riferisco all'azione diretta, quella nonviolenta. Sempre che si abbia chiara la differenza tra le prime e la seconda.

I razzisti e gli sfruttatori, sentendosi anche le mani slegate dalla tornata politica nazi-fascista che sta avanzando non aspettano a passare all'azione diretta, bruciano campi nomadi, ammazzano ragazzi col codino, fanno ronde coi bastoni. Noi continuiamo a parlare di come fare, facciamo analisi, ci indignamo. Ma poi facciamo banchetti, petizioni, firmiamo appelli per chiedere ad altri di agire, ma non agiamo. Aspettiamo che siano le istituzioni a dare delle risposte, e queste, al contrario, con la loro impotenza o la loro connivenza, fanno sentire quelli sempre più con le mani slegate.

Sarà che De André cantava
"Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio, era normale,
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera..."
ma noi siamo senza più "cuccioli" che hanno il tempo anche per la galera. Li abbiamo lasciati fagocitare dalle curve ultras per cercare uno scontro che in famiglia non c'è più, li abbiamo lasciati educare dalla tv di Sgarbi e del Grande Fratello "che oggi sono stanco e non ho voglia di problemi", li abbiamo lasciati dormire nelle loro stanzette "meglio lì che per strada".
Oltre una certa età si riescono a organizzare conferenze e partiti ma per l'azione diretta serve energia, serve intraprendenza.

Così ci siamo fatti terra bruciata dietro, e continuiamo a parlare di come fare, facciamo analisi, ci indignamo. E poi facciamo banchetti, petizioni, firmiamo appelli per chiedere ad altri di agire, ma non agiamo.
Per un po' ho sperato che i giovani non venissero alle nostre riunioni perché avevano le loro, e mi sono messo a cercarli, ma non li ho trovati, se non rare perle. Non penso che si nascondano, lo spererei.
Li abbiamo abbandonati nella loro precarietà che li incattivisce e li rende cinici senza riuscire ad essere credibili.

Ma se non ci sono i giovani ad agire (o se ci sono, sono a rompere e spaccare) chi altri potrà agire?
Come i lillipuziani di piazza Manin che alzavano le mani sperando che la polizia li difendesse dal black block ci arrendiamo?

La vedo bigia!

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28/04/08

Ecologia, nonviolenza e femminismo?

Nelle settimane scorse si è messo in moto un processo che ha portato alla formazione di una "RETE di donne e uomini per l'ECOLOGIA, il FEMMINISMO, la NONVIOLENZA".

Con tutto il rispetto per le femministe, le prime due discriminanti della rete mi trovano affine, direi quasi che mi attirano, ma la terza mi trova parecchio distante. Non sono e non intendo diventare femminista come non sono e non intendo diventare maschilista o calvista o occhio celestista, anche se nelle categorie dei maschi, dei calvi e dei cerulei io rientri a tutti gli effetti perché non trovo corretto discriminare, cioé distinguere, trattare diversamente, le persone sulla base delle loro caratteristiche fisiche. Lascio a voi definire la discriminazione basata su aspetti fisici. Con questa frase mi attirerò sicuramente le ire e l'indignazione di molti, ma non vorrei che questa mia affermazione venisse presa come una provocazione o peggio come una battuta. Non voglio negare le differenze, non voglio negare che nella nostra società vi siano discriminazioni sulla base delle caratteristiche fisiche, siano esser il colore della pelle o il sesso, ma anzi proprio per questo vorrei evitare di confermare queste anomalie pensando di contrastarle. Mi risulta ovvio che in questo frangente culturale la difesa dei diritti delle donne è ancora, e forse ancora di più, una questione cruciale, ma, come esempio per farmi capire, trovo aberrante che i Comuni, anche dietro spinte femministe, attuino"politiche di sostegno alle madri" invece che "politiche di sostegno ai genitori" principalmente perché trovo ghettizzante dare anche nel linguaggio per scontato che sia la donna ad essere aiutata, confermando implicitamente il pensiero che la cura dei figli è esclusiva competenza delle donne. E quando l'ho fatto notare ad agguerrite femministe neppure si rendevano conto che difendendo i diritti delle donne in quella maniera invece che difendendo i diritti di quelle donne in qualità di genitori realizzavano ciò contro cui loro lottavano. Se penso che nonviolenza ed ecologismo sono due facce delle stessa medaglia, non altrettanto penso riguardo alle prime due e il femminismo, mi limito a pensare alle diversità che all'interno della nonviolenza ci sono sempre state sul tema dell'aborto. Può esserci un femminismo nonviolento come può esserci una anarchia nonviolenta, ma dare per scontata la contiguità mi pare foriero di difficoltà notevoli in futuro. Vado a prendere e portare i miei figli, faccio da mangiare alla famiglia, mi prendo cura della casa regolarmente ma non sono femminista, come pure vado a lavorare, col mio stipendio contribuisco a mantenere la famiglia, guido la macchina ma non sono maschilista e mi chiedo se anche questa volta mi troverò ad essere un border line, né carne né pesce, mezzo adepto e mezzo rinnegato perché non aderisco a tutte le etichette in cui vengono ristretti i processi politici da chi lancia gli appelli? Mi dispiacerebbe molto anche perché tutto ciò che è scritto nel documento di lancio della Rete lo condivido pienamente, anche l'intenzione di essere contro il maschilismo. :-)

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18/04/08

Insulti nonviolenti

Uno dei più attivi propugnatori della nonviolenza, il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, nel suo bollettino telematico quasi quotidiano ha apostrofato in un suo scritto (http://lists.peacelink.it/nonviolenza/2008/04/msg00030.html) coloro che pur richiamandosi alla nonviolenza hanno continuato a suggerire di votare per i partiti della sinistra nonostante questi avessero in passato anche votato a favore del finanziamento delle missioni militari all'estero, arrivando a prendersela con chi.
Devo confessare che la cosa mi ha disturbato, e non poco. Non tanto per i contenuti, che posso in buona parte condividere, quanto soprattuto per i modi, che ritengo decisamente poco nonviolenti.
E dico poco nonviolenti non tanto per gli insulti coloriti di cui è infarcito il messaggio (sono abbastanza grande da non turbarmi troppo a sentire apostrofare altre persone con parole come razzista, prostituto, presuntuoso, imbecille, mascalzone, laido, buffone per quanto le trovi decisamente poco nonviolente) quanto per il fatto che questi insulti sono rivolti anche a persone di cui non si condivide l'operato ma che, almeno in teoria, condividono gli scopi politici dichiarati da Sini. Figuriamoci cosa poteva essere detto dei nemici (pardon avversari).
Questo linguaggio nei confronti di chi fino a pochi giorni prima era compagno di strada ma che ha fatto scelte diverse sul piano politico sono il migliore viatico al deserto e alla distruzione. Ciò che ancora più mi ha disturbato è che queste parole siano venute da una persona che per molti aspetti è un punto di riferimento sulla nonviolenza, una persona che fino a non molto tempo fa sapeva dire con molta dignità anche al più duro avversario le cose senza mai cadere nell'offesa ma rimanendo sempre sul piano dei fatti.
Non so se anche io rientro tra i destinatari degli insulti di Sini, visto che mi interesso di formazione alla pace e alla nonviolenza e in alcuni casi anche dalla cattedra, ma non è per fatto personale che parlo. A me interessa che dopo essere tutti insieme riusciti a cancellare ciò che restava di una rappresentanza istituzionale, invece che tirare fendenti agli altri altrettanto moribondi si cerchi insieme non tanto di capire gli errori degli altri, ma i propri errori, cercando, ognuno con le proprie convinzioni, di trovare delle strategie condivisibili dai più per recuperare una rappresentanza politica non fatta tanto di persone ma di credibilità.
Potrei anche io elencare un necrologio di attività politiche e di "vittorie" sul campo conquistate quando altri erano a disquisire sul sesso degli angeli, ma non penso sia necessario. Serve invece che chiunque abbia qualcosa da dire possa sentirsi libero di farlo senza rischiare le reprimenda e gli insulti di noi "vecchie cariatidi della nonviolenza". C'è nessuno che si è accorto che contrariamente a tutti gli anni passati i voti alla Camera sono ancora più reazionari e fascisti di quelli del Senato? Vogliamo continuare a parlare tra di noi vecchi babbioni dicendoci quanto siamo bravi e quanto sono coglioni tutti gli altri o vogliamo provare a riprendere a parlare con i giovani, sempre meno presenti alle varie manifestazioni, assemblee ma anche azioni dei nonviolenti? Anche per questo mi dedico alla formazione in tutte le possibili forme.
Mi farebbe piacere se democraticamente e nonviolentemente queste righe finissero anche nel notevole flusso di informazioni veicolate dal "Centro di ricerca per la pace" per cercare di riportare la dialettica almeno all'interno degli amici della nonviolenza a livelli più confacenti ai suoi principi. In ogni caso spero che altri si attivino per recuperare una capacità di collaborazione tra diversi che il messaggio di Sini, secondo me, mette pesantemente in dubbio.

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15/03/08

Nonviolenza e conflitto

La nonviolenza non ha paura del conflitto, anzi, in molte situazioni lo "crea", soprattutto in quelle situazioni in cui la tranquillità cerca di nasconderlo, perché spesso i conflitti ci sono ma sono nascosti. La nonviolenza "crea" conflitto nel senso che lo rende evidente, lo fa diventare una questione con cui tutti devono avere a che fare, sia quelli che preferiscono non vederlo, sia quelli che lo nascondono. Il nonviolento è necessariamente un rompiscatole, perché rompe le scatole non solo a chi fa direttamente la violenza, ma anche alla stragrande maggioranza che la accetta e fa finta di non vederla. Quindi scegliere di essere nonviolenti, e non limitarsi semplicemente a non essere violenti, significa andare ad impelagarsi in un bel po' di problemi, anche rischiando di perdere quella tranquillità che uno potrebbe avere rientrando tra quelli che la violenza altrui "non la vedono". Sicuramente la nonviolenza affronta il conflitto e in alcune situazioni lo evidenzia, lo fa esplodere con lo scopo di cercare una soluzione che può essere sia una ri/soluzione sia una dis/soluzione. Il conflitto ha varie possibilità di evolvere e purtroppo, molte volte, proprio per il fatto che viene nascosto, continua. Invece è proprio dall’affrontarlo, dal farlo maturare, che si può riuscire a farlo emergere e possibilmente farlo finire.
Il conflitto, quando viene affrontato, può essere risolto trovando una soluzione valida per tutti ma altre volte può semplicemente dissolversi perché il motivo del confitto non era sostanziale, spesso era solo motivato da una incomprensione o da un fraintendimento, e quindi, facendolo emergere, è possibile semplicemente superarlo riconoscendone l'infondatezza e trasformandolo in una occasione di dialogo.
In ogni caso la nonviolenza ha a che fare con il conflitto, anche se non per questo deve portare necessariamente ad un vita di conflitto. Spesso si pensa che non affrontando i conflitti si vive più tranquilli ignorando le tensioni che i conflitti generano anche a chi nel conflitto ha una posizione predominante. La nonviolenza permette anche una vita in cui dal conflitto si esce positivamente recuperando le situazioni di tensione e facendole diventare situazioni positiva. Affrontare il conflitto in maniera nonviolenta può migliorare anche la propria qualità di vita, assieme a quella altrui. Ma per fare emergere i conflitti spesso è necessario arrivare all’azione. Di nuovo arriviamo al dualismo tra pensiero ed azione, tra teoria e pratica. Non ci si può solamente limitare a discutere, diffondere informazione, diffondere conoscenza, è necessario in molte situazioni passare all’azione. È vero che la sensibilizzazione, la divulgazione e l’informazione fanno crescere la sensibilità e sono molto importanti, anche all’interno delle iniziative nonviolente, proprio per aumentare la capacità dell’ambiente di risolvere il conflitto, ma in molti casi non è sufficiente ciò che le singole persone che si sono sensibilizzate faranno di conseguenza. Il fatto che persone che hanno recepito la sensibilizzazione agiscano di conseguenza è positivo ed auspicabile ed utile ad evitare conflitti futuri, ma, soprattutto nelle situazioni di conflitto evidente, spesso non è sufficiente. È quindi necessario arrivare ad un azione che sia concreta, specifica e mirata al conflitto stesso. Questo è il punto più delicato perché la nostra educazione da centinaia di anni se non da millenni, prevede che l’ azione nel conflitto è necessariamente un'azione di tipo violento tanto che spesso il termine conflitto viene equiparato a quello di violenza.

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Nonviolenza e legalità

L'azione diretta nonviolenta, di per sé, non rispetta necessariamente la legalità. È un' azione rigorosamente obbediente, nel senso che obbedisce, per esempio, al principio di giustizia, alla propria coscienza, ma le leggi umane, come troppe volte si può constatare, non sono intrinsecamente giuste. Per cui l’azione nonviolenta è obbediente rispetto alla base del nostro credere, ma può essere disobbediente alle leggi umane. Tra chi contesta i "disobbedienti" affermando che disobbedire alle leggi è inaccettabile ci sono molti che spesso in auto superano i limiti di velocità o evadono normalmente le tasse "perché se dovessimo dar retta a tutte le leggi non si potrebbe campare". Se uno è così rigorosamente fautore della legalità lo dovrebbe essere sempre, altrimenti è pura ipocrisia. L’illegalità è una cosa che può rientrare benissimo nell’azione nonviolenta e soprattutto quanto più la legge è ingiusta quanto più disobbediente dovrebbe essere la nonviolenza.D'altra parte, l’essere per forza disobbedienti è un aspetto infantile legato al pensare di affermare la propria esistenza solo disobbedendo al potere che si ha davanti, ma questo significa che ci si sta relazionando al potere in una situazione di sudditanza, far dipendere la propria esistenza da una negazione invece che da una affermazione, come il bambino che deve affermare la propria identità dissociandola da quella dei genitori. Se questo è un meccanismo naturale nel bambino che sta cominciando un proprio cammino di identità, a livello adulto diventa patologico. Una persona matura è perché è, non perché riesce a dimostrare ad un potere più forte di lui che non lo sta soggiogando.Per cui, la nonviolenza può anche essere disobbediente, illegale ma non lo deve essere per forza.

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Formazione alla nonviolenza

Un aspetto importante è che l’azione nonviolenta deve essere preparata: ci vuole un'educazione che permetta di saper agire anche in situazioni di tensione, di paura, in situazioni difficili anche di tipo relazionale e deve essere un' azione efficace, deve far progredire la situazione verso la soluzione del conflitto, altrimenti è meglio evitare di agire del tutto.
Purtroppo raramente si fa una verifica delle azioni fatte, su quello che hanno ottenuto positivamente e negativamente. Si dà per scontato che le azioni fatte sono le migliori che potevano essere fatte e quindi non si va a verificare se l'azione è stata almeno parzialmente positiva o se invece non è stata perfino negativa, creando, ad esempio, situazioni di incomprensione che prima non c’erano. Molte volte vengono definite nonviolente delle azioni che sono prettamente delle azioni personali, che non sono fatte per agire nel conflitto, ma servono fondamentalmente per placare l'ansia e la paura di qualcuno. Per cui sono delle azioni che sono autoreferenziali, non influiscono sul conflitto se non marginalmente e da un punto di vista inibiscono la nostra giusta aggressività, ci autogiustificano. Un azione nonviolenta dovrebbe invece agire realmente nel conflitto, essere efficace rispetto al conflitto.

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I vantaggi dell'azione nonviolenta

La nonviolenza richiede la capacità d’agire direttamente all’interno del conflitto. Fin da piccoli noi veniamo educati, dai nostri genitori, dalla società, dalle relazioni che abbiamo, ad affrontare il conflitto in una maniera violenta acquisendo a poco a poco un addestramento sopraffino. Ma veramente pochi ricevono un addestramento all'azione che non sia violenta per agire nel conflitto. È un tipo di azione che, probabilmente, se la imparassimo fin da piccoli, sarebbe ancora più facile da imparare che l’azione violenta perché non è poi così facile agire nel conflitto violentemente. Come la violenza si impara poco a poco (e la nostra società è bravissima ad insegnarcelo), anche la nonviolenza richiede del tempo per essere imparata, e come la violenza si impara praticandola, anche la nonviolenza si impara dall'esperienza. Ma come molte volte non si riescono a risolvere i conflitti con la violenza, anche la nonviolenza può non riuscire nella soluzione del conflitto. D’altra parte, se si è addestrati, con la nonviolenza si può pensare di risolvere il conflitto non sconfiggendo l’altro ma dando una soluzione valida per tutti, e si riesce ad eliminare il problema perché si leva la motivazione all’altro di cercare di riaccendere il conflitto. Al contrario, dato che la modalità violenta considera il conflitto "risolto" quando uno schiaccia l’altro, ci sarà qualcuno che cercherà, proprio per gli aspetti di aggressività naturale, di recuperare e ribaltare la propria posizione di inferiorità e quindi il conflitto non sarà risolto ma resterà solo latente fino a che, prima o poi, riesploderà. L'unica maniera per "risolvere" violentemente il conflitto è eliminare fisicamente l'altro, il diretto interessato e tutti coloro che sono in relazione con lui. Come può succedere che con la nonviolenza non si riesce a risolvere il conflitto, altrettanto facilmente, se non più facilmente, con la violenza non si riesce a risolvere i conflitti. Se, con la nonviolenza, si riesce a risolvere dei conflitti è di solito in una maniera stabile, mentre invece il conflitto "risolto" in maniera violenta è apparentemente risolto solo in modo instabile.
D'altra parte nella gestione nonviolenta dei conflitti il livello di sofferenza per tutte le parti in causa è decisamente minore rispetto ad una gestione violenta. E se poi non si riesce a trovare una soluzione definitiva e completa almeno si sono ridotte le sofferenze. Al contrario con un approccio violento al conflitto in molti casi perfino chi vince subisce tali sofferenze da far preferire di non aver mai affrontato lo scontro. All'invasione da parte delle truppe sovietiche in Ungheria si rispose con la violenza e in Cecoslovacchia con la nonviolenza. In entrambe i casi l'occupazione rimase ma in Cecoslovacchia morirono poche decine di persone contro le 56000 morte in Ungheria. In Palestina la prima Intifada, in cui il massimo della violenza della resistenza erano pietre lanciate da ragazzini, era quasi riuscita ad ottenere una buona parte delle richieste palestinesi ma la provocazione di Sharon che attraversò la Spianata delle Moschee riuscì a far scatenare una reazione violenta che ha dato modo agli israeliani di schiacciare negli anni successivi le rivendicazioni palestinesi.
Si può quindi capire che la nonviolenza conviene anche solo da un punto di vista pragmatico, non necessariamente per una scelta etica o morale, nel senso che è una modalità di gestione del conflitto che risolve più problemi a un costo inferiore per cui non sembra ragionevole continuare ad usare la modalità violenta; il problema è che quella violenta è una modalità che ormai noi abbiamo acquisito e che fa parte di noi, mentre invece quella nonviolenta normalmente non la acquisiamo durante la nostra vita, soprattutto nelle società del nord del mondo, visto che in altre società un approccio nonviolento è più connaturato alla cultura locale. A questo punto per trovare dei percorsi nonviolenti per risolvere i conflitti bisogna lavorare su di noi, come singoli e come collettività, recuperando quello che non abbiamo imparato e tralasciando, disimparando, quello che abbiamo imparato nel campo della violenza. Questo comporta del tempo, del lavoro su noi stessi e sugli altri, proprio perché non basta affrontare la nonviolenza da un punto di vista puramente personale. Per arrivare a compiere delle azioni nonviolente bisogna riuscire ad avere una capacità di autocontrollo che non è semplicemente reprimersi, ma sapersi controllare, saper limitare la propria risposta aggressiva in alcune situazioni, ma in altre situazioni invece stimolarla, per esempio per superare situazioni di depressione, di paura o di pigrizia anche indotte dal contesto, proprio per arrivare ad agire ed affrontare realmente il conflitto.

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Violento o nonviolento?

Il mio modo di vedere la nonviolenza non è un qualcosa di ideologico, parte da dei valori ma è qualcosa che matura di giorno in giorno, è qualcosa con cui ti confronti, con cui hai a che fare per riuscire a capire ogni volta qual’è il percorso migliore. È una direzione da seguire con alcuni paletti più precisi a cui fare riferimento ma che mi richiede ad ogni passo di scegliere dove mettere il piede. Le cose non sono necessariamente violente o nonviolente: posso spaccare la testa di qualcuno con un utilissimo martello o salvargli la vita con un coltello affilatissimo. Neanche le azioni sono di per sé violente o nonviolente. In un quartiere di Genova, ad esempio, hanno organizzato azioni ritenute prettamente nonviolente come la raccolta di firme, i cortei, i digiuni, per impedire con motivazioni razziste l’installazione di un campo nomadi. Quindi azioni "nonviolente" per scopi decisamente "violenti". Ma, come dicevo prima, anche uno sculaccione ha valore diverso in contesti diversi. Penso sia necessario stare attenti a non dare dei timbri, ma bisogna cercare di affrontare le cose ognuna per quel che è, cercando di capire ogni volta; questo richiede fatica, anche del tempo, perché bisogna farsi un'idea, informarsi, e questo può anche significare che a cinquanta anni o anche a cento non si sa dire alla prima battuta cosa è giusto e cosa è sbagliato. Però è l’unica maniera per evitare poi di fare realmente delle violenze magari soltanto perché ad un certo punto si è arrivati a concludere che una cosa è così "e basta" e tutto ciò che avviene dopo lo ignoriamo perché pretendiamo di "aver capito tutto". La nonviolenza è fatta di persone che non hanno "capito tutto" o meglio che sono sicure di non avere già capito tutto.

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Violenza

A questo punto bisognerebbe addentrarsi nella definizione del termine violenza: provo sommariamente a darne una, tra le tante, che penso sia come molte altre discutibile, ma che mi sembra tenga correttamente conto di aspetti etici, fisiologici, psicologici e sociali. Fare violenza è creare deliberatamente sofferenza fisica e morale in altri al fine di imporre ad altri il proprio vantaggio o di raggiungere la propria gratificazione.
Per questo la nonviolenza non esclude di usare strumenti che, ad esempio, costringono l'avversario. Magari non lo costringono con la forza fisica ma, ad esempio, con la forza psicologica: ai tempi in cui a Genova c’era la campagna contro la Mostra Navale Bellica, che era una mostra-mercato di sistemi d'arma, i manfestanti impedirono l’accesso alla mostra ai visitatori costringendoli, nel caso avessero voluto entrare, a scavalcare i loro corpi. Tutto è iniziato nell'82: in dodici persone volantinarono davanti all'accesso della mostra. Di anno in anno si è creata una campagna vera e propria che, partendo da una notevole attività di sensibilizzazione e quindi una crescita della città e arrivando all'azione diretta nonviolenta durante i giorni della mostra, ha portato nel 89 all’ultima edizione della mostra. Durante le azioni di blocco ci eravamo dati l'obiettivo di impedire l’accesso alla mostra ma alcuni ci obiettavano che impedire a qualcuno di entrare era fargli una violenza, se non fisica, perché nessuno veniva toccato, almeno psicologica, perché li intimorivamo con la nostra presenza. Chi entrava era libero di passare ma per far quello doveva fare del male ai manifestanti camminando loro addosso e questa era vista da alcuni come una violenza psicologica nei suoi confronti, una violenza che poteva shockarlo, creargli disagio, poteva in qualche modo turbarlo. La considerazione era che quel disagio, quella sofferenza servivano a farlo riflettere sulla sofferenza incommensurabilmente maggiore creata dalle armi che andava a trattare nella mostra, l'azione non era fatta per evitare la sofferenza dei manifestanti (che per altro, se decideva di passare, aumentava), né per sconfiggerlo e danneggiarlo a vantaggio di chi gli impediva il passaggio, ma per far riemergere la sua umanità e per questo non era da considerare una violenza.
Molte volte si abusa del termine violenza: come dicevo prima, per superare un conflitto a volte è necessario lo scontro e questo vuol dire avere a che fare con una realtà sgradevole. Molte volte si accusa di essere violento un atteggiamento sanamente aggressivo e molte altre invece si giustificano e si assecondano comportamenti molto violenti magari solo perché non lo sono in maniera evidente. Bisogna riflettere ogni volta sulle singole situazioni. Per esempio alcuni ritengono che dare una patta sul sedere ad un bambino sia una violenza inaudita, ma penso che dipenda molto dalla situazione. Se lo sculaccione gli arriva per il fastidio dato da un genitore stanco che non ha voglia di dare tante spiegazioni è un conto, mentre se lo sculaccione arriva, magari sul pannolino, da un genitore serio e concentrato dopo che il bambino è scappato attraversando la strada senza guardare può essere invece un’ottima occasione per farlo riflettere senza conseguenze negative, per esempio, sul pericolo che lui ha corso. In quel caso la patta non è una vendetta, non è data per dare dolore, ma crea un canale di comunicazione che altrimenti difficilmente potrebbe essere altrettanto forte.

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Nonviolenza

Quello che posso dire qui sulla nonviolenza è solo il mio punto di vista, quello che io penso, perché sul tema della nonviolenza ci sono molti punti di vista che possono anche risultare molto diversi tra loro su alcuni argomenti.
L’unica cosa che forse viene condivisa da coloro che parlano di nonviolenza è che nessuno può pensare di avere la verità in tasca. Questo significa che all’interno degli ambienti che si rifanno al concetto di nonviolenza ci sono le posizioni più diversificate, quello che si intende per nonviolenza è estremamente variegato, oggi ancora più che nel passato. Rispetto ad alcuni anni fa, c'è stato un cambiamento che da un lato è positivo e dall’altra è negativo: il termine nonviolenza è entrato nel linguaggio quotidiano, in politica è perfino diventato un termine rivendicato da più parti mentre soltanto dieci anni fa c’era un solo partito che timidamente utilizzava questo termine nei propri programmi. Ora come ora tutti quanti "sono" nonviolenti e questo implica che il termine si è esteso, ha aumentato i suoi significati, ma ha anche diminuito la sua definizione: come una coperta che viene tirata da tutte le parti il termine "nonviolenza", a seconda di chi lo tira, copre cose diverse e in maniere diverse.
Per questo motivo quello che scriverò sarà in quest’ottica: anche quando sembrerà che parli in termini assoluti starò solo scrivendo del mio modo di vedere la nonviolenza, che deriva dalle mie esperienze e dalle mie riflessioni.
La prima cosa che penso sia importante dire è che la nonviolenza non è soltanto pratica e non è soltanto teoria. Nella nonviolenza si cerca di superare le contrapposizioni, che spesso banalizzano la realtà. Per esempio, anche se sembra normale che in un conflitto si cerchi di vincere, se non si ha paura a uscire dagli schemi ci si rende conto che vincere implica la sconfitta dell'altro e la sconfitta dell'altro implica la continuazione del conflitto.
La teoria non è indipendente dalla pratica, perché la teoria e la pratica spesso si rincorrono. Questo, per esempio, implica una cosa ben precisa: mentre per molti che si limitano ad una visione teorica la nonviolenza dovrebbe essere ciò che rifugge lo scontro perché è violento, se si cerca di mettere in pratica la teoria ci si rende conto che in molte situazioni si deve arrivare a scatenare lo scontro. Purtroppo anche in Italia ci sono molti che si definiscono nonviolenti solo perché non sono in grado di essere violenti e quindi giustificano la loro incapacità a reagire alla violenza definendola nonviolenza. Io non penso che la nonviolenza sia ciò che fanno quelli che non riescono ad essere violenti. In effetti la nonviolenza è di chi violento saprebbe e potrebbe esserlo benissimo ma sceglie di non esserlo. Se io so essere violento e scelgo di non esserlo è perché veramente so cosa sto scegliendo; se io non so essere violento non so neanche cosa sto scegliendo e spesso neppure capisco realmente la differenza tra violenza e nonviolenza.
Con una visione più disincantate della nonviolenza, con un approccio meno ideologico ma più scientifico, si può riconoscere nell’aggressività un qualcosa di estremamente positivo. Di solito quando una persona mostra un atteggiamento aggressivo, reattivo, lo si considera subito come violento e quindi il suo comportamento viene squalificato.
Ma questo è un equivoco.
Essere aggressivi (dal latino "ad gredior": vado verso) significa affrontare il problema, significa, per esempio, reagire ad una sofferenza non solo individuale ma anche sociale, reagire all’ingiustizia. Quindi da questo punto di vista la nonviolenza è aggressione, o meglio, è una forma di aggressività che riesce ad utilizzare strumenti che cercano di evitare la sofferenza evitando per quanto possibile di far soffrire l’altro, in altre parole che non gli fanno violenza. L'aggressività è quella sana energia che permette alla specie umana di progredire reagendo alle difficoltà senza sprofondare nella depressione. Perfino il guizzo dell'antilope è una risposta aggressiva all'attacco della leonessa.

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